A questo punto valeva la pena salvare anche Lehman Brothers
Chi ha incastrato Lehman Brothers? La domanda, a oltre un mese dal fracasso, è ben lontana dal trovare una risposta. O almeno una risposta ufficiale e un colpevole designato. La banca americana, notano gli esperti, non aveva infatti i problemi di liquidità di Bear Stearns.

Chi ha incastrato Lehman Brothers? La domanda, a oltre un mese dal fracasso, è ben lontana dal trovare una risposta. O almeno una risposta ufficiale e un colpevole designato. La banca americana, notano gli esperti, non aveva infatti i problemi di liquidità di Bear Stearns, non aveva l’esposizione ai subprime di Fannie Mae, né l’incertezza politica e regolamentare che circondò gli ultimi giorni di Northern Rock. E’ così partita una sorta di Cluedo in tempo reale. E come nel popolare gioco da tavolo di investigazione, che richiede la scoperta del colpevole e dell’arma del delitto, man mano sono stati svelati dettagli che hanno aiutato a delineare il quadro dei partecipanti alla partita.
La vittima ovviamente è Lehman Brothers. Tra i sospettati si contano finora la Fed, JP Morgan, Bank of America, Barclays, il ceo Dick Fuld. Qualcuno ha inserito anche il primo ministro inglese Gordon Brown, che in tempi non sospetti, all’inaugurazione degli headquarters londinesi, aveva avuto l’ardire di ringraziare pubblicamente i banchieri Usa per le innovazioni e la prosperità che avrebbero garantito al Regno Unito. Le armi: il pugnale (alle spalle) potrebbe aggiudicarselo la Fed, che, secondo i complottisti, avrebbe deciso di salvare un insolvente JPMorgan a scapito di Lehman, con il beneplacito del segretario al Tesoro Henry Paulson e del presidente George Bush.
Sotto osservazione un singolare trasferimento di 138 miliardi di dollari (di cui 87 ripagati dalla Fed) da JP Morgan a Lehman dopo il suo fallimento, per facilitare lo svolgimento delle operazioni e cercare di mantenere stabili i mercati finanziari. Si sussurra che Dick Fuld avrebbe chiesto alle autorità uno status di creditore speciale per JPMorgan (tra le maggiori controparti di Lehman), che avrebbe così re-incassato questo fiume di denaro cedendo alla banca derelitta montagne di toxic asset. A supporto dell’accusa una frase sibillina all’interno del comunicato della Fed che annunciava il crac e decretava l’impossibilità della banca centrale di fornire garanzie ai potenziali compratori. E il “mai più” pronunciato da Paulson al G7 di dieci giorni fa, seguente all’approvazione del megapiano di salvataggio messo a punto dallo stesso segretario al Tesoro: segno di una navigazione quantomeno a vista dell’amministrazione americana. Giova ricordare che JPMorgan (così come Bear Stearns e Aig, salvate entrambe) ha un peso specifico maggiore di quello di Lehman: 8,1 triliardi di dollari di derivati in bilancio (ufficiali) ne fanno il primo player al mondo in questa area tutt’altro che secondaria.
Nel Cluedo, però, la banca dello shakespeariano Dimon merita almeno la rivoltella. Cnbc ha rivelato che JP Morgan ha accelerato il fallimento di Lehman, congelando, tre giorni prima del crac, suoi asset per 17 miliardi di dollari in deposito. Il 10 settembre Fuld rassicurava i mercati. L’indomani Dimon chiedeva il rientro di 13 miliardi di dollari, puntualmente arrivati nelle casse di JP Morgan, che decideva però di mantenere il blocco delle attività, di fatto certificando il Chapter 11 della rivale. A colpi di spranga potrebbero invece essere state Bank of America e Barclays a far affondare Fuld. Entrambe avevano dimostrato interesse nell’acquisizione della banca, nelle ultime settimane della sua esistenza.
Ma la prima ha ripiegato su Merrill Lynch per 50 miliardi di dollari, la seconda si è dileguata quando ha saputo che non avrebbe ricevuto le stesse agevolazioni concesse a marzo per Bear Stearns, per poi riapparire al momento della spartizione del cadavere. Per 1,75 miliardi di dollari l’istituto inglese si è aggiudicato le attività Usa di Lehman, lasciando ai giapponesi di Nomura le attività Asia-Pacifico e Europa rispettivamente per 225 milioni e 2 (due) dollari. Nella confezione del gioco, come possibili armi del delitto, restano la corda e la chiave inglese. Per Fuld scegliamo la prima, perché imbottendo la banca di rischiosi Mbs e Cdo ne ha favorito la paralisi. Senza dimenticare il rifiuto opposto sull’orlo del collasso all’offerta della Korea Bank. L’operato del ceo è già stato criticato dal Congresso, così come il suo eccezionale patrimonio accumulato negli ultimi otto anni: 500 milioni di dollari, poi ridimensionati dal preciso Fuld a 350.
La chiave inglese invece, ben rappresenta l’attuale spauracchio Lehman, che in versione fantasma può ancora svitare decine e decine di bulloni dell’architettura di Wall Street. Tra gli innumerevoli effetti collaterali che ha provocato il fallimento della quarta banca Usa ce n’è uno che merita particolare attenzione. Dopo l’asta dei cds (credit default swap) dello scorso 10 ottobre a New York (che paralizzò i mercati) conclusasi con una svalutazione del 91 per cento, martedì prossimo tutte le istituzioni che hanno offerto assicurazione contro il default di Lehman saranno chiamate a onorare il proprio impegno per un totale di oltre 360 miliardi di dollari. Almeno cinque volte in più di un eventuale ed evitato salvataggio della banca.